Psicologo e Carcere
Aggiornamento: 14 ago

Assessment
In termini di valutazione globale svolta in modo approfondito (il cosiddetto assessment) è un evento che in un'Istituto carcerario non presenta "quasi" lo stesso scopo di quando lo psicologo agisce in un contesto clinico nel proprio studio.
Quando si opera in un Istituto di pena, lo scopo del servizio di psicologia clinica vira drasticamente verso altri interessi, diversi dalla valutazione diagnostica che si esegue nella normale forma diadica terapeuta/paziente.
Nel contesto carcerario infatti, la questione clinica deve indagare aspetti ben diversi ma che hanno un'importanza drastica: prevenire i gesti autolesionistici ed anticonservativi.
Per ottenere un giudizio sulla salute mentale del detenuto che si accinge a vivere la realtà carceraria per la prima volta, occorre che lo psicologo clinico stia attento a segni, sintomi, atteggiamenti e modalità comunicative (compresi il registro narrativo e i contenuti di pensiero) che rendano l'idea del suo stato mentale attuale, di modo da fornire una lettura personologica approfondita e con un alto indice predittivo sui possibili comportamenti pericolosi futuri.
Al di la dei classici protocolli che ogni Istituto di pena adotta, lo psicologo che opera all'interno di un carcere ha il dovere di prestare attenzione proprio a questi indici che si riflettono inesorabilmente sul possibile comportamento suicida o autolesionistico nel soggetto.
A mio avviso, gli indici da indagare a fondo e con maggior costanza risultano essere tre: ansia, umore e personalità.
1.1. Stati d'ansia
Cominciamo prima con il definire che cosa sia l'ansia. Anzitutto, la presenza di uno stato ansiogeno nel soggetto non è significativo di psicopatologia o disagio. L'ansia stessa è un tratto utile all'individuo, implicato proprio nella gestione degli eventi e se presente nella giusta dose, essa non è affatto maligna ma anzi, apporta benefici all'individuo, poichè rientra nei meccanismi di difesa dell'individuo e nella gestione dello stress.
Il problema è quando lo stato ansioso inizia ad essere troppo intenso, genera un blocco nelle normali attività quotidiane e presenta aspetti longevi in cui si manifesta senza possibilità di impedirne gli effetti. L'ansia pertanto possiamo intenderla come uno stato in cui il paziente sperimenta una tensione psicofisica anticipatoria rispetto ad un evento futuro che potrebbe anche non manifestarsi mai.
Pertanto, se il paziente sperimenta un'ansia rispetto l'esito di una sentenza e tale condizione ha durata breve e non gli impedisce di svolgere le proprie funzioni quotidiane, potremmo ragionevolmente dedurre che non vi siano aspetti di pericolo nell'immediato.
Di contro, uno stato ansioso duraturo e persistente, capace di isolare l'individuo in uno stato di attesa infinita tale da impedirgli di vivere, allora la questione potrebbe avere risvolti negativi importanti.
All'interno di un Istituto, l'ansia assume ulteriori manifestazioni rispetto al contesto clinico che coinvolge un paziente libero e incensurato. Nel carcere, oltre ai normali segni e sintomi viene sovente associato un pensiero ossessivo che si focalizza su un particolare tema e che necessita di costante rassicurazione.
Nei detenuti che presentano scarse capacità di adattamento e che hanno anche risorse di coping molto limitate, l'ansia si manifesta anche esprimendo costanti richieste di supporto che mirano all'appagamento dei propri bisogni di base: telefonate, vestiti, maggior ore d'aria e via discorrendo. Tale comportamento si riverbera con una molteplicità di operatori (assistenti sociali, poliziotti penitenziari ed alle volte, anche con compagni di cella nella speranza che "l'anziano che è ristretto da più tempo, abbia la possibilità di intercedere per lui") e spesso finisce anche con una richiesta di colloquio psicologico con il professionista.
Ovviamente, una simile condizione non rientra nelle competenze dello psicologo clinico poichè attiene i regolamenti dell'Istituto ma si consiglia di accettare di parlare con il detenuto di modo da instaurare un profilo fiduciario che potrebbe essere utile per il futuro.
Difatti, l'uso di questo primo circuito improntato alla fiducia, tende a fare leva sul sistema motivazionale di accudimento propedeutico all'azione su ben altre strutture psichiche come appunto la cooperazione e l'esplorazione. Lo scopo pertanto, è quello di lavorare in anticipo per la costruzione di una futura alleanza terapeuta/detenuto finalizzata ad offrire il miglior supporto psicologico che si possa ambire nel contesto carcerario.
La parte in cui iniziare l'opera di intervento inizia con la presa in carico del detenuto. In tali contesti è imperativo iniziare a valutare il carico cognitivo che il soggetto presenta e valutarne stati ansiogeni e metodi di intervento.
Una volta appurata la presenza di ansia che eccede i normali limiti, è indispensabile iniziare subito un'azione che mira all'attenuazione di detti stati mentali andando ad intervenire sulla sintomatologia e sul rafforzamento dell'autostima. Lo scopo è quello di favorire meccanismi difensivi che siano maturi e idonei ad impedire una distorsione della realtà. In base alla personalità del detenuto e alla sua vita psichica, è possibile anche porre le fondamenta per una relazione di supporto che possa aiutarlo ad allentare e a lenire le pressioni interne che rappresentano il carburante che rifornisce il motore ansiogeno.
La gestione dei casi di ansia gravi o gravissimi infine, deve essere valutata immediatamente dal professionista e se questa presenta i presupposti di pericolo (la normalità in queste situazioni) occorre integrare il supporto psicologico con quello psicofarmacologico, di concerto con lo psichiatra.
Durante la presa in carico, occorre necessariamente indirizzare l'intervento andando ad indagare il conflitto che promuove lo stato ansiogeno e contestualmente valutare anche le aree personali che l'ansia ha invaso. Ulteriore motivo di indagine è il passato nevrotico del soggetto, ossia l'osservazione delle strategie che vengono adottate per affrontare episodi stressogeni (in questo caso riferiti al passato).
La risposta psicologica maggiormente predittiva di una presa in carico di successo risiede nella capacità di fornire soluzioni adeguate agli stati ansiogeni del detenuto e a quanto giovamento (inteso come lenimento mentale) il paziente riesce a ricavare dopo i nostri incontri.
1.2. Stati alterati dell'umore
Una questione che va attentamente valutata è quella relativa all'umore. Possiamo intendere questo costrutto come uno stato d'animo che colora il sentito interno dell'individuo e dura nel tempo ed è soggetto ad oscillazioni.
Il paziente può sperimentare sbalzi d'umore o un peggioramento generale dello stesso durante la carcerazione e soprattutto se è alla prima esperienza. Deve essere assolutamente indagato e comprendere in prima istanza se il tono dell'umore che stiamo osservando nell'immediato è la normalità per il paziente oppure se è alterato per la sua esperienza da recluso. Da questa analisi possiamo trarre inferenze importanti riguardo l'adattabilità che la persona ha alla sua nuova condizione di recluso e contestualmente, riuscire ad intervenire sull'autostima, fornendo un miglioramento psichico della sua condizione. Ovviamente, occorre anche andare a verificare se sia possibile escludere la presenza di un disturbo mentale in presenza di una condizione umorale che presenza complicazioni, in favore di un disadattamento momentaneo dovuto alla nuova vita.
Tuttavia, il clinico si ricordi che il nuovo detenuto potrebbe mettere in campo anche una difesa psichica alla nuova realtà che di fatto, sfocia in un disturbo depressivo. Quando l'arresto e la carcerazione hanno condotto un serio colpo all'autostima e all'integrità del Sè, il paziente potrebbe reagire in modo depressivo ma così facendo, adotta a proprio vantaggio la disfunzionalità umorale e adotta tale disturbo per preservare il Sè ed impedire che si disgreghi.
In fase di assessment è importante rispondere ad alcune domande che vanno necessariamente fatte. Dapprima, occorre (come già detto) domandarsi se il soggetto è nuovo a queste alterazioni umorali o se le ha sempre avute. Ciò risulta utile per comprendere il modo in cui l'individuo agisce nella sua quotidianità. Altresì è indispensabile indagare se la depressione sia utile al paziente per resistere alla nuova realtà e usata come strumento per adattarsi oppure se rappresenta una mera psicopatologia che va analizzata, supportata e risolta quanto prima. Da non dimenticare la valutazione secondo cui la depressione può trasformarsi in disperazione e quindi spingere il detenuto al gesto estremo, andando ad indagare l'estensione del disturbo nel qui ed ora del nostro colloquio.
1.3. Stili di personalità con caratteristiche antisociali
Lo psicologo clinico è sovente esposto ai disturbi di personalità che nel carcere rappresentano una discreta percentuale, soprattutto rispetto l'antisocialità. Il soggetto ha la tendenza ad instaurare forme di ribellione ("non è la Legge a piegarmi ma sono io a piegare la Legge") che mirano a resistere alle regole dell'Istituzione. Va tenuto presente in via preliminare, che non sempre detti comportamenti antisociali sfocino nel canonico "comportamento aggressivo verso gli altri o prevaricatore in generale". Questo impedimento è possibile per la presenza di due ragioni, una di tipo strutturale ed una situazione.
Per quel che concerne la prima ragione, il paziente tende a vedersi come un forte fra i forti, relazionandosi con il contesto mediante la credenza di avere intorno a sè solo individui egoisti e dai tratti manipolatori o per l'opposto, soggetti deboli e "mollicci" che meritano di essere aggredite e sfruttate per i propri bisogni. Lo sfruttamento viene attuato con metodi seduttivi e non violenti, generando un maggiore effetto operativo. Il tratto manipolativo insorge nel paziente quando è un adolescente e quindi in linea teorica, dovrebbe essere un tratto già ben strutturato una volta diventato adulto.
Sotto il profilo situazionale il paziente impara le regole del carcere, i codici di comportamento fra detenuti, le relazioni di potere e le gerarchie fra membri. Non per forza deve sfociare in conflitti aggressivi ma l'adattamento a tale condizione può essere anche relativamente tranquilla.
Gli stili che in via principale possiamo incrociare in un Istituto di pena sono e si caratterizzano per:
A. Stile manipolatorio: intendono l'altro come un mezzo per raggiungere i propri scopi e non fanno uso della violenza a meno che non arrivino ad un punto estremo di sopportazione. Il tempo che passa fra la domanda posta e la soddisfazione delle proprie esigenze è considerato come tempo perso e la gratificazione sta proprio nell'ottenere risultati immediati, senza dover attendere il naturale decorso delle cose. Non presentano fiducia agli occhi degli altri e il loro scopo è utilitaristico, non avendo interesse ad intrecciare alcun tipo di relazione emotiva con le persone, terapeuta compreso.
B. Stile rabbioso: presenta impulsività e sfoghi di rabbia che possono anche arrivare all'aggressività fisica. Sono soggetti che possiedono una condotta indisciplinata ed incorrono spesso in sanzioni e revoca di benefici. Quando si abbandonano ad istinti impulsivi violenti, lo psicologo interviene per porsi come collante fra il paziente e gli altri operatori, cercando di tradurre in bisogni immediati ciò che il soggetto tenta di comunicare mediante la violenza. L'alleanza terapeutica è complessa e non deve essere ricercata nell'immediato; deve prima nascere un sentimento di relativa fiducia in cui il paziente riesce a riconoscere nello psicologo, un valido alleato. Il suo scopo inizialmente resterà quello di soddisfare i propri bisogni ma con il tempo, è possibile che capisca che necessiti di aiuto e di una cura, sottoponendovisi. Questa strategia risulta utile perchè fa abbandonare lo schema forte fra i forti elidendo la logica di "se non servi come alleato, allora sei mio nemico e come tale, verrai aggredito".
C. Stile narcisista: la persona è ritenuta come svalutata, non presenta emozioni e non ha sentimenti e quindi deve essere sfruttata per le proprie esigenze. Il Sè appare grandioso e pieno di voluttà riferito a se stessi. Tuttavia, questa magnificenza tende a compensare un profondo sentimento di vuoto interiore sfogando tale situazione interiore con comportamenti che variano fra il manipolare l'operatore o l'impulsività aggressiva nei suoi confronti. L'azione del terapeuta deve essere rivolta anzitutto a comprendere questi vissuti grandiosi al fine di comprendere come hanno potuto far sopravvivere il Sè del paziente. Successivamente occorre concentrarsi sulle componenti che presentano maggiore fragilità o vulnerabilità che il detenuto non riesce a vedere autonomamente. Infine, occorre instaurare temi nuovi che siano utili all'approntamento di schemi comportamentali alternativi a quelli maladattivi che costituiscono la base nel soggetto. Va sempre tenuto in mente che i soggetti possono preparare azioni che li glorifichino, facendoli emergere dal contesto anonimo carcerario in cui si ritrovano a vivere.
D. Stile borderline: il Sè risulta incoerente e frammentato e presenta la possibilità di sfociare in comportamenti autolesivi o anticonservativi. Interagire con questi pazienti è complesso per via della difficoltà che hanno di mantenere in essere delle relazioni normali, che di fatto vengono interrotte bruscamente o con cambi repentini di registri comunicativi. Lo psicologo deve quindi trasformarsi in un individuo tollerante, che rimane con loro e sopporta la rabbia che tentano di sfogare, accogliendo la loro condizione senza giudizio ma anzi accudendola come se fosse la figura che di fatto, a loro è mancata. Percepiscono che la propria realtà interna sta andando in frantumi e per impedirlo si abbandonano all'abuso della terapia psicofarmacologica. La reazione che sperimentano nei riguardi del trauma è provento di un abbandono della figura di attaccamento (risultante disorganizzata e insicura) e ciò genera una sintomatologia dissociativa che fa oscillare il paziente fra un eccesso di idealizzazione ed uno di svalutazione.
Trattamento
Il suggerimento consiste nell'adottare ove possibile, terapie brevi poichè la presenza di molti detenuti può rendere difficile un intervento longevo e che comporta l'impiego di molteplici risorse. Lo scopo deve essere l'impianto di nuovi schemi relazionali con gli altri e con se stessi di modo che anche una volta liberato, il paziente abbia aggiunto al proprio repertorio cognitivo, emotivo e comportamentale delle nuove capacità che potrebbero aiutarlo sul lungo periodo.
Occorre spingere il detenuto a comprendere i suoi percorsi percependoli in modo diverso e nuovo, potendo trasformare la sofferenza che sperimenta in un pensiero completamente ristrutturato e modificato. Tale procedura impedisce al paziente di continuare a percepire i propri errori come giustificazioni rispetto il delitto commesso oppure ad elidere pratiche di negazione, rabbia o evitamento del problema stesso.



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