Il colloquio psicologico: tecniche e valutazioni

Il colloquio psicologico: introduzione
Il colloquio clinico è uno strumento che ha visto un'alba e un'evoluzione non indifferente nel corso delle professioni psicologiche (ed anche psichiatriche e criminologiche). Pensare che oggi diamo per scontato che un clinico compia un colloquio con il proprio paziente prima di formulare una diagnosi, la verità è che non è sempre stato così.
Il colloquio clinico per come lo conosciamo noi oggi, è stata un'ideazione di recente costituzione: non subito esistito con l'affermarsi delle discipline psicologiche e psichiatriche. Anzi, quest'ultima ai proprio albori, non lo utilizzava affatto preferendo più un'osservazione del paziente e l'applicazione di strumenti di cura che possiamo affermare essere stati poco ortodossi.
Il colloquio clinico vede la sua luce con Sigmund Freud, il quale alla fine degli anni '20 propone un impianto psicoanalitico nuovo e alternativo, con forti applicazioni nella realtà. Si inizia ad abbandonare l'elettroshock per l'interpretazione dei sogni; si inizia a rivalutare l'efficacia dei bagni ghiacciati in favore della comunicazione; ci si chiede se la lobotomia sia veramente la strada maestra per la risoluzione di taluni problemi psichici del paziente, preferendo che i suoi eventuali traumi vengano meglio risolti con il colloquio, anzichè sotterrati nell'infermità mentale lobotomica.
Il colloquio che oggi pratichiamo deve essere inteso come una conquista che rappresenta un vero segno di civiltà nella professione dello psicologo. Senza di esso, la nostra capacità di supportare ed aiutare il paziente non avrebbe alcun valore poichè saremmo incapaci di accedere alle sofferenze psichiche della persona che a noi si rivolge.
Che scopo ha un colloquio
Quindi perchè il clinico si mette a parlare con il paziente? Perchè lo psicologo si sforza di ascoltare, interpretare, valutare e infine fare propri i pensieri che il paziente gli comunica? Certo, qualcuno potrebbe rispondere: "è il suo lavoro" ma non ci possiamo limitare a un assunto così restrittivo.
Anzitutto, occorre identificare il momento principale in cui inquadrare il colloquio: anamnesi o esame obiettivo?
Sicuramente il colloquio è da porre nella fase dell'esame obiettivo, il momento in cui occorre valutare molto del nostro paziente. Difatti, in questa fase il clinico tende a valutare una molteplicità di caratteristiche peculiari della persona che abbiamo di fronte:
a. aspetto ed atteggiamento: immaginiamo una persona che si presenti ad un colloquio trasandata nell'aspetto e nel modo di vestirsi. Prendiamo l'esempio di una persona con barba incolta, capelli unti, mani sporche di grasso e canotta. L'idea al primo impatto è certamente attuabile al contesto in cui ci troviamo: un paziente che potrebbe non rendersi conto del luogo e dello scopo della visita psicologica. Quindi la conclusione che potremmo trarre è che quella persona non ha contezza di ciò che sta andando a fare e di chi ha dinanzi. La visita psicologica infatti, non è il bar dove recarsi a perdere tempo o che necessita di particolare abbigliamento per accedervi. E' un luogo ove ci si può recare senza formalità poichè la questione rispetto verso l'altro è abbondantemente tollerata. Presentarsi dal clinico con tale abbigliamento fa necessariamente insorgere dubbi sulla realtà psichica del paziente e tale situazione genera conseguenze sul piano valutativo.
b. modo di gesticolare e modo di veicolare espressioni con il viso: il clinico non deve limitarsi al mero ascolto; egli ha l'onere di valutare anche le espressioni del viso (le macro-espressioni, poichè nessun clinico serio andrebbe a valutare le micro-espressioni che di fatto, non sono neanche scientificamente attendibili. Con macro-espressioni lo ricordo, si intendono quelle che fanno capo alle emozioni primarie dell'uomo come sorpresa, paura e via dicendo) e valutarle in funzione del discorso che si sta svolgendo nello studio psicologico. L'osservazione di gesticolamenti ampi e teatrali ha il suo peso clinico se rapportato al contenuto del discorso che il paziente sta veicolando.
c. tono dell'umore: reputo questo passaggio uno dei principali pilastri valutativi nel colloquio. Anzitutto, ci protegge (come clinici) da possibili falsificazioni. Un paziente che si proclama depresso ma ha un tono d'umore caldo non si sposa bene con l'autodiagnosi di depressione. Occorrerà poi verificare se questa autodiagnosi ha scopi diversi rispetto una relazione di aiuto e supporto o se è frutto di un errore del paziente stesso, il quale è convinto di avere determinati sintomi (spesso letti da google).
d. pensiero: in tal contesto, il clinico deve prestare assoluta attenzione al contenuto discorsivo del paziente; comprendere se vi è la presenza di deliri, fuga dei pensieri od altre patologie psicologiche che ne riguardano l'ambito di applicazione, è la chiave di lettura per la comprensione della realtà psichica del paziente.
e. percezione: presenza o meno di allucinazioni o contesti di alterazione nella capacità di comprendere cosa il clinico gli dice e se è in grado di valutare gli stimoli provenienti dall'ambiente esterno in modo congruo e corretto rispetto al contesto in cui si trova.
f. critica e giudizio: infine, la capacità di valutazione della malattia (o la sua negazione) in cui il paziente si trova, oltre alla possibilità di vivere in una realtà oggettivamente normale.
Ed ecco che lo scopo del colloquio clinico appare subito in tutta la sua forza: allo psicologo non interessa parlare con il suo paziente del più o del meno bensì il suo interesse è valutare la presenza di una realtà-reale nella vita psichica del paziente. E' un colloquio che non ha interesse diverso se non questo. Altro aspetto che in questo articolo non tratterò è la menzogna. Quest'ultima è un fenomeno complesso e deve essere valutato e accuratamente verificato dal clinico in qualsiasi momento del colloquio clinico. Difatti, nel nostro campo di azione è impensabile non mantenere sempre un livello di allerta elevato poichè avremo a che fare con due tipologie di pazienti (tutto sommato): coloro che hanno interesse a farsi aiutare e coloro che lo fanno controvoglia.
Può sembrare strano ma anche coloro che si rivolgono al clinico motu proprio possono tendere alla menzogna: paura di pregiudizi, timori del giudizio del clinico o più semplicemente il desiderio di non essere poi così aperti mentalmente con un professionista della salute mentale, potrebbero spingere il paziente volontario a mentire su taluni punti durante il colloquio clinico. L'indice di misurazione della menzogna è la negazione come elemento proprio tipicizzato nel paziente stesso.
Il colloquio e la sua cornice
Con l'evoluzione degli strumenti tecnologici (i quali si sono acuiti durante il triste periodo del Covid-19) la relazione di aiuto psicologica tende ad incontrare nuove frontiere esplorative: il colloquio online.
Esso deve essere diviso per gestione e peculiarità dal colloquio in presenza poichè presentano due approcci clinici completamente differenti.
Ad esempio, gli aspetti materiali del colloquio clinico fatto in presenza ha delle questioni importanti che vanno risolte prima di iniziare l'incontro. Ritengo che occorra analizzare tali questioni apportando il giusto focus su ognuno di essi:
Luogo: lo studio
Sembrerà banale ma un posto fisico in cui due persone si vengono a trovare influenza ineludibilmente il discorso e il suo contenuto. Immaginate di dover parlare dei vostri problemi psichici ad un clinico in un ristorante o in un bar. Risulta chiaro che lo scopo non verrà mai raggiunto per una molteplicità di fattori che possono essere immaginati e non necessitano di elencazione. Lo studio deve fornire un altissimo livello di privacy, soprattutto se il nostro ufficio è incardinato in condomini, luoghi condivisi con altri professionisti o comunque posti con alto rischio di "intercettazione" dei discorsi personali da parte di altre persone. Pertanto occorre progettare la stanza del colloquio in modo da garantire un'accoglienza confortevole e soprattutto dove nessuno (sottolineo nessuno, segretaria compresa) possa interrompere il colloquio.
Lo studio però non è fatto solo di mura e finestre. Spesso dimetichiamo un elemento basilare che probabilmente ha il peso maggiore per il cliente: la porta. La possibilità di chiudersi l'uscio alle spalle e precludere (anche solo virtualmente e fittiziamente) l'accesso alla stanza ad altri soggetti presenta una fortissima spinta psicologica positiva a lasciarsi andare. La porta però, deve presentare delle peculiarità particolari per poter sortire il suo effetto: anche una porta a vetri è una barriera che impedisce l'accesso ma non impedisce di essere visti. Se in sala di attesa ci sono altri pazienti, la porta a vetri è come se non ci fosse. Altro elemento che noi sottovalutiamo è la presenza di una maniglia e di una serratura; una porta senza questi elementi potrebbe generare del disagio psicologico in taluni pazienti poichè la nostra mente spesso risponde a prototipi. Se la porta non presenta maniglia e serratura, allora non è una porta. Anche se si chiude, anche se isola, anche se impedisce l'accesso ad altri. Non tutti i pazienti rispondono a schemi elastici e l'assenza di tratti distintivi di una porta nel nostro studio potrebbe essere compromettente per l'esito stesso del colloquio clinico. Anche lo spessore della porta ha un simbolismo tutto suo: comunica forza e sicurezza da soggetti che vogliono entrare o che nessuno senta ciò che il paziente dice. Immaginiamo infatti, uno studio condiviso da professionisti vari (medici, psicologi, dentisti, educatori) con pazienti eterogenei: perchè dobbiamo mettere nella condizione che il nostro paziente (già di per sè a disagio per aver condiviso la sala di attesa con un paziente che ha una carie in bocca) tema di parlare ad un tono di voce relativamente normale per un colloquio e ci costringa ad avvicinarci a lui per sentire che cosa dice. La porta è tutto quando la rapportiamo al luogo ove si sta svolgendo il colloquio: essa è il confine fra il dentro e il fuori. Rappresenta la possibilità di essere protetti dalla curiosità del mondo esterno e dalla possibilità che qualcuno ci veda in un momento di debolezza.
Arredamento
Supponiamo che si entri in una stanza piena di statuette di divinità romane e greche, con poster che presentano Giulio Cesare a cavallo e con il gladio in mano, mentre magari sottomette Vercingetorige dopo averlo sconfitto e vendicato le legioni di Teutoburgo. Immaginiamo che in questa stessa stanza, la scrivania che dove il nostro interlocutore si siede è possente e massiccia mentre la sedia ci appare invece esile e scomoda. Il messaggio che potrebbe passare qual è? Il Lettore avrà già capito che nella mente del paziente, il clinico diventa Giulio Cesare il conquistatore e il povero paziente è lo sconfitto Vercingetorige. Ed è qui che mi riferisco a quella che si intende la Gestalt della stanza: il suo significato agli occhi del cliente, il quale lo ricava dal mobilio e dai vari oggetti che ivi sono posizionati.
Qui occorre che il clinico pensi come un paziente: le sedie devono essere confortevoli per entrambi gli attori del colloquio, senza distinzione fra dottore e cliente. La scrivania non deve trasmettere significati di "ospedalità o ambutorialità"; deve essere una scrivania qualunque, qualcosa che non indichi costantemente al paziente il luogo dove si trova e chi è il titolare di quel tavolo (il clinico, appunto).
Maggior attenzione va posta alla sedia. Ho già detto che dovrebbe essere uguale a quella del clinico, per non rimarcare troppo la differenza del chi si siede dove e chi è chi in un contesto di colloquio clinico. La sedia che suggerisco deve essere comoda per il paziente, con braccioli foderati e confort di primo ordine; non deve lanciare messaggi inconsci di fastidio nello stare seduti ancor meno mettere fretta nel "vuotare il sacco" ed andarsene via perchè si sta seduti scomodi.
Anche la luce deve essere diffusa e non ingenerare fastidio nel paziente. Avere ad esempio, un faretto piantato in faccia non aiuta di certo a sentirsi in un ambiente sicuro privo di pregiudizi. Difatti, potrebbe sembrare più un interrogatorio che non un colloqui clinico, con conseguente ripercussione sulla qualità dei contenuti che il paziente ci comunicherà.
Tecniche di colloquio
Possiamo affermare che il colloquio possiede una "vita propria". Si compone di preliminari volti alla preparazione del colloquio, inizio e riconoscimento del paziente, fase libera, ipotesi di lavoro e restituzione al paziente. Vediamole:
Preliminari e preparativi
Sembrerà scontato dire che l'appuntamento è il momento in cui il paziente ha il primo impatto con la nostra professionalità: immaginiamo una risposta tipica dei "vecchi dottori" quando dicevano al paziente venga domattina. Chi ha una giornata tipica in cui ha a che fare con la scuola dei bambini, la spesa per preparargli il pranzo, un lavoro part-time, le pulizie in casa ed infine l'orario di uscita da scuola, una risposta del genere risulta essere tutto un programma. Il generale termine "domattina" significa moltissimo: mattina presto, mezza giornata, tarda mattinata. In ogni caso, il paziente vorrebbe un orario ed avere la certezza di non doversi fare un paio d'ore di anticamera perchè tutti i pazienti del dottore sono stati invitati a presentarsi "domattina".
Altro svantaggio nel dare una generica indicazione a presentarsi è la questione stress nel clinico; se il professionista non si rende conto che al mattino presto ha già due colloqui molto intensi per il carico emotivo che trasmettono, rischia di non prestare la dovuta attenzione ad un nuovo paziente che necessita di maggiore attenzione.
Il colloquio va quindi fissato in un momento in cui vi sia una data e un orario certo e che (dopo aver sentito per sommi capi il problema) nella giornata in cui viene fissato il primo colloquio, il clinico ci arrivi con una certa lucidità mentale.
Nel fissare l'appuntamento poi, occorre tenere a mente alcune cose: prendere sempre un recapito telefonico del paziente.
Se il Lettore pensa che questa fase sia la più semplice, si sbaglia: nella grande maggioranza dei casi è il parente che prenota il colloquio per il paziente: occorre pertanto prestare subito le dovute accortezze. In primo luogo, chiedere il motivo per cui non è proprio il diretto interessato a telefonare. Qui avremo due possibili risposte: motivi futili e motivi accettabili. Per quel che concerne i motivi futili (sta dormendo, è in palestra e non può chiamare lui, mi ha detto a me di chiamare perchè sono più bravo nel prendere gli appuntamenti...) è sempre preferibile che sia il diretto interessato a richiamare. Il motivo potrebbe essere un alta probabilità che non si presenti al colloquio perchè di fatto, non è d'accordo. Inutile spendere tempo se vi è un alto rischio di defezione. Se i motivi sono accettabili (è sedato, ha l'acufene) allora possiamo prendere l'appuntamento.
In ogni caso, è indispensabile non brutalizzare i parenti (soprattutto se risultano insistenti o comunque in uno stato di eccessiva apprensione) e soprattutto evitare un colloquio clinico o anamnestico con loro. Costoro infatti, ci daranno un'immagine sia propria che del paziente che per quanto possa sembrare utile alla nostra causa, è foriera di incomprensioni. Dobbiamo essere noi a interagire con il paziente e a farci un'idea tutta nostra dopo averlo visto e ascoltato. Altra questione è la manipolazione indiretta che il paziente può aver fatto sul parente che ci sta chiamando. Ad ogni modo, suggerisco di limitarsi al minimo indispensabile, senza cedere alla curiosità di sapere poichè tali nozioni sono inutili e quasi mai corrisponderanno alla realtà dei fatti che ritroveremo nel nostro studio con il paziente.
Inizio e riconoscimento
La fase che precede immediatamente l'inizio del colloquio è quella del riconoscimento del paziente e della nostra presentazione. Personalmente, suggerisco di presentarsi sulla porta per accogliere il cliente, dargli la mano e salutarlo amichevolmente, al fine di abbattere immediatamente la possibile tensione che ha dovuta al "primo impatto" con il clinico.
Successivamente, non è sbagliato indicare al paziente dove sedersi, magari con un gesto della mano ed un invito semi-formale (ad esempio: prego, si accomodi pure li). Ciò evita l'imbarazzo del paziente nello stare in piedi al centro dello studio aspettando di vedere dove si siede il clinico e regolarsi di conseguenza. Vi sono anche pazienti con un background educativo molto forte, che restano in piedi fino ad un formale invito a sedersi poichè sanno di non essere a casa propria e l'educazione impartitagli è di tipo rigido.
Una volta seduti, il paziente e il clinico hanno il primo contatto diretto: se la persona è stata inviata dai parenti, ella potrebbe essere interessata a sapere che cosa gli hanno riferito.
Il problema non è di poco conto: un paziente paranoico digerisce male i commenti degli altri e se venisse a sapere quanto i parenti hanno già riferito, potremmo trovarci con un colloquio fortemente compromesso. Personalmente suggerisco di liquidare la faccenda in poche parole, come ad esempio: mi hanno detto poco e nulla e comunque abbiamo fissato il colloquio per oggi. Non è mia consuetudine fare discorsi al telefono con persone che non sia il diretto interessato.
Ritengo che una tale affermazione lanci due messaggi: il primo è quello di non negare una verità assodata. Sicuramente i parenti hanno detto qualcosa e non ha senso nasconderlo al paziente; si sentirebbe preso in giro. Quindi affermando che mi hanno detto poco o nulla sto lanciando un messaggio: "una interazione con loro ce l'ho avuta ma l'ho ritenuta poco utile al nostro caso quindi non nego che c'è stata ma preferisco non parlarne". La seconda parte del messaggio lancia un messaggio di professionalità: "il clinico non è un pettegolo, non ha interesse al gossip domestico e tutto quello che verrà detto nel nostro colloquio, resta fra di noi". Ciò fa sì che il paziente si renda subito conto che il posto in cui si trova è impermeabile e che nessuno saprà nulla.
Fase libera
Una volta esperite le formalità, il colloquio entra nel vivo. Generalmente, suggerisco di avviare la conversazione con una semplice frase, quanto più breve possibile essa sia, come ad esempio "prego, mi dica tutto" oppure "allora mi dica, di cosa vogliamo parlare?". Questo tipo di incipit rientra nel colloquio cosiddetto libero mentre quello "guidato" prevede una sorta di struttura in cui il clinico chiede e il paziente risponde (non tratterò in questo articolo questo modo di condurre il colloquio perchè lo ritengo utile solo in determinate circostanze).
Scegliere fra le due è cosa ardua. Il colloqui libero consente al paziente di raccontare tutto quello che vuole (e contestualmente, di omettere quello che non vuole dire), prevede una struttura in cui ogni pensiero che il paziente reputa pertinente lo afferma e gli consente di fare salti da un concetto all'altro. Risulta ovvio che un simile modo di parlare presenta anche delle criticità non indifferenti; primo fra tutti vi è la questione della narrazione. Il paziente potrebbe passare da eventi del passato ad eventi da poco accaduti, mischiandoli con le sue speranze per il futuro. La situazione potrebbe risultare un minestrone di accadimenti che ci comunicano poco su quello che realmente siamo interessati ad indagare.
Nella pratica di tutti i giorni, ci accorgiamo che esistono delle aperture discorsive che sono molto tipiche mentre altre possono essere atipiche. Quelle tipiche risultano molto pericolose per il clinico, poichè con il tempo formano il pregiudizio. Mentre quelle atipiche attirano subito la nostra attenzione, permettendoci di innalzare il nostro livello di attenzione.
Fra i modi tipichi abbiamo pazienti che partono subito con la descrizione dei sintomi (primo tipo di apertura), altri iniziano con la storia della propria vita (secondo tipo di apertura) ed altri parlano dell'ambiente in cui vivono, come il lavoro o la famiglia (terzo tipo di apertura).
Ipotesi di lavoro
Una volta che abbiamo ascoltato la storia del nostro paziente, occorre idealizzare mentalmente quale è il problema che lo affligge. L'ipotesi di lavoro si basa proprio sulla storia che abbiamo appena ascoltato e che sarà il fulcro dell'intero percorso terapeutico, se si farà. La base di partenza è il vissuto del paziente e tale contesto è il momento principale in cui noi ci rendiamo conto della sua vita psichica, cosa ha che lo tormenta e il modo con cui possiamo risolverlo.
Restituzione al paziente
Il colloquio non può non chiudersi con un rimando da parte del clinico. Sarebbe assurdo se il paziente non avesse un ritorno dopo cinquanta minuti in cui è stato a parlare, ha risposto alle domande che gli venivano poste ed ha compiuto uno sforzo mastodontico nel mettersi a nudo dinanzi un perfetto sconosciuto. La degna conclusione infatti, è che il pensiero del clinico sia restituito con un duplice aspetto: da un lato, occorre far comprendere che abbiamo ascoltato tutto e con attenzione quanto ci è stato riferito. Dall'altro, occorre dare la nostra prima impressione che ovviamente e a meno che di casi particolarmente "accademici", non corrisponde alla diagnosi finale, dovendo riservarci il tempo di riflettere e rivalutare successivamente quanto è emerso nel colloquio.
Tuttavia, una prima rielaborazione e un punto di vista professionale va restituito al paziente, anche solo per giustificare la nostra presenza in un contesto clinico: sarebbe infatti inverosimile che un professionista non si sia fatto "almeno un'idea" di chi ha di fronte e di che cosa lo affligge. Un comportamento in cui ci sottraiamo a tale incombenza non è eticamente corretto ne è utile al paziente stesso.
Criticità
Dopo il primo colloquio, il clinico è chiamato anche a fare una valutazione ponderata: se è vero che il paziente ci ha scelto come suo terapeuta non è altrettanto vero che siamo obbligati ad accettarlo come nostro cliente. Oppure nel suo interesse, occorre valutare alcune questioni che potrebbero compromettere la terapia psicologica e che vanno valutate per quello che sono.
Vi sono tre punti critici che abbiamo indubbiamente valutato durante il colloquio:
a. la tollerabilità o meno del paziente: il clinico è un essere umano e come tale ha sentimenti e motivi empatici che lo animano. Se una persona "a pelle" risulta indigeribile, allora inutile prendere la persona come paziente. Vi sono poi clinici che hanno un codice morale rigido e non accettano soggetti con determinate patologie (si pensi al disturbo pedofilico). Pertanto nell'interesse soprattutto del paziente, è consigliabile indirizzarlo presso un altro professionista che potrebbe farsi carico del suo caso.
b. la tolleranza alla libertà di parola del paziente: se ricordate bene, ho detto che al termine del colloquio il paziente ha diritto ad aspettarsi un commento o una restituzione (in virtù della regola della reciprocità). Il paziente che insiste nell'ottenere una diagnosi finita e fatta e non capisce che occorre aspettare ancora è intollerante alla libertà di parola e a noi clinici genera frustrazione. Sta al clinico infatti dire cosa dire e quando dirla al paziente e qui mi riferisco alla diagnosi finale; se il professionista necessita di altri colloqui dopo il primo e il paziente non accetta questo contesto, è meglio non farsi carico del suo caso. Presenta infatti, una spiccata capacità prevaricativa e sopporterebbe male il nostro modo di fare che indubbiamente, sarà il riflesso dell'alleanza terapeutica che instaureremo. La regola è: se ho capito, ti dico. Se non ho capito, ti do la mia impressione ma ci dobbiamo sentire nuovamente per la diagnosi finale. Altro aspetto attinente è la questione di concedere la libertà di parola al paziente. Il clinico tende ad offrire questa possibilità alla persona che ha dinanzi e il colloquio stesso lo impone. Tuttavia, appare evidente che se il paziente non è in grado di gestire e tollerare questa libertà, occorre immediatamente ritirare l'offerta e procedere in modo diverso. Il clinico deve necessariamente valutare le conseguenze del "consentire la libertà di parola" e il modo in cui tale offerta viene tollerata dall'Io. Nel caso dello sfaldamento dell'Io, occorre riassumere su di sè l'onere di dirigere il colloquio poichè il paziente non è in grado di agire liberamente e necessita di domande mirate alle quali rispondere senza sperimentare ansia e frustrazione. La conseguenza diretta è il delirio le allucinazioni. In tal caso occorre evitare di negare l'evidenza: ciò che è accaduto è accaduto nella realtà ed occorre quindi richiamare l'attenzione del paziente con domande tipiche: le capita così quando è solo? oppure come si comporta quando si rende conto che accadono queste situazioni?. La criticità è importante da gestire per la futura terapia psicologica.
c. tolleranza alle interruzioni del paziente: il discorso libero (è vero) prevede che il paziente parli a ruota di ciò che ritiene utile al caso e dietro nostro invito. Tuttavia, non significa che dobbiamo restare lì passivi senza possibilità di interloquire ma anzi, è forse quasi dovuto uno stop nel discorso. Esistono diversi tipi di pazienti che reagiscono in modo diverso alle interruzioni. Vi sono quelli che cercano solo compagnia e quindi sono propensi all'ascolto e non tendono ad esasperarsi dinanzi un intervento del clinico ma anzi, lo ricercano e lo attendono con speranza. Vi sono poi quelli che si infastidiscono, che aggrediscono verbalmente il clinico (sto parlando io, aspetti il suo turno!). Altri restano momentaneamente interdetti; ascoltano l'interruzione, corrugano la fronte come se stessero pensando e riprendono immediatamente a parlare (dunque, stavo dicendo...). Altri pazienti tendono a reagire con un no implicito che si verifica quando all'interruzione del clinico, il soggetto risponde con un "sì, ma..." e contesta quanto è stato affermato o ripete nuovamente il proprio pensiero.
Occorre anche prestare attenzione all'evento opposto, ossia a quando il paziente accoglie l'interruzione, la rielabora mentalmente, la manipola e ce la restituisce come prodotto utile alla sua causa.
Personalmente, prediligo l'intervento a tre quarti del discorso, ovvero allo scoccare del quarantesimo minuto e quando mancano dieci minuti al termine del colloquio. Il momento è cruciale: abbiamo ancora tempo qualora il paziente intenda raccogliere l'obiezione e lavorarci su e comunque (se ciò non avviene) abbiamo modo di vedere la sua reazione. Mi sto riferendo a quella che prende il nome tecnico di riformulazione, ovvero la capacità del clinico di riprendere alcuni argomenti del paziente, riassumerli e restituirli riformulati. Devono essere posti dei nessi fra gli argomenti (possibilmente pochi) detti dal paziente ma non deve essere un momento di interpretazione tipica della psicoanalisi. La riformulazione al primo colloqui e a quelli successivi è utile per valutare la tollerabilità agli stop del paziente e a restituire una lettura di quanto ci è stato detto con lo scopo di aggiungere qualcosina in più a quello che la persona ha esternato per quaranta minuti. L'interpretazione poi (quindi fornire ipotesi, descrivere le modalità difensive poste in atto dal paziente o validare desideri inconsci) verrà fatta successivamente, in ambito terapeutico.
Conclusioni
In questa panoramica breve sul colloquio, ho inteso fornire le basi per condurre una seduta clinica con un paziente. Personalmente tendo a prediligere i colloqui aperti e a concentrare lo stop in fase di avviamento verso la fine del colloquio. Lo scopo è quello di valutare la tollerabilità del paziente dinanzi un intervento che spezza il flusso di pensieri e lo costringe a prestare attenzione a quanto gli sta venendo detto. Ritengo che tale passaggio sia molto utile per tratteggiare alcuni aspetti del carattere del paziente e comprendere quanto davvero sarà possibile lavorare in terapia.
Altresì ritengo che lo strumento del colloquio clinico debba essere diviso dall'anamnesi. Quest'ultima infatti, non deve entrare nel vivo della realtà psichica del paziente ma deve limitarsi esclusivamente a raccogliere dati che ci aiutino a capire il funzionamento psichico del paziente, i suoi trascorsi (traumi o eventi felici), raccogliere i suoi dati e la sua storia familiare.
Il colloquio clinico è uno strumento indipendente e deve essere utilizzato in forme e metodi corretti, poichè è anche un modo diretto per accedere alla realtà psichica del paziente, al suo hic et nunc mentale e alla sua propensione alla futura terapia.
Prima di accettare il paziente occorre valutare le criticità che sono emerse durante il primo colloquio e se non si è del tutto convinti, chiederne un altro di modo da poter prendersi il tempo di elaborare non solo un'ipotesi di lavoro ma anche capire se e quanto si potrà lavorare con una persona che di fatto, è completamente sconosciuta.
Intendo il colloquio come un ponte fra due mondi: la realtà psichica del clinico e quella del paziente; entrambe devono essere ben collegate ed allineate poichè se non vi sono punti di reciproco contatto, la terapia è destinata ineludibilmente a fallire.


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